CULTURE DEL DISSENSO 13-15 MARZO

Causa APOCALISSE ZOMBIE delirio coronavirus, abbiamo dovuto spostare gli appuntamenti della seconda parte di rassegna “Culture del dissenso”.
Ecco le nuove date:
VENERDI’ 13 MARZO
H 21:00
proiezione del docu-film “I figli dello stupore. La beat generation in Italia” di Francesco Tabarelli (2018).
DOMENICA 15 MARZO
H 16:00
Presentazione del libro di poesie: “Non costerò un centesimo”, Autoproduzioni Fenix (2019).
Incontro con l’autore GIANNI MILANO
Classe 1938 e originario di Mombercelli, Gianni è poeta, anarchico e pedagogista. Fautore di un insegnamento libertario, sarà per questo sospeso 5 anni dall’insegnamento elementare. Protagonista assoluto del movimento underground e beatnik italiano, incontrerà Allen Ginsberg e il Living Theatre, rimanendo in contatto con Fernanda Pivano. Autore di numerosi libri, affidati a piccole case editrici e autoproduzioni, è militante no tav e antimilitarista.

CULTURE DEL DISSENSO 21-22 FEBBRAIO

CULTURE DEL DISSENSO.
Indiani metropolitani, beatnik e punk.
Esperienze di lotta e di creatività non conforme dal lungo ’68.

VEN 21 FEBBRAIO – H 21

Il primo appuntamento di questa rassegna, che ci occuperà per tutta la seconda metà di febbraio, è la proiezione del film “Lavorare con lentezza”

Lavorare con lentezza è un film del 2004 diretto da Guido Chiesa e da lui stesso sceneggiato assieme al collettivo Wu Ming. Tra gli interpreti gli attori Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea.

Il film è ambientato nella Bologna degli anni settanta: durante gli anni dell’austerity, dell’inflazione al 21%, del terrorismo, delle stragi. Per altri, anni di gran divertimento. Le vicende di due ragazzi di periferia si mescolano a quelle dei movimenti studenteschi sulle onde di Radio Alice.

SAB 22 FEBBRAIO – ORE 18

Il secondo appuntamento di questa rassegna è la presentazione del libro “Ma chi l’ha detto che non c’è. 1977 l’anno del big bang”, edito da Agenzia X (2017).

Incontro con l’autore Gianfranco Manfredi e l’editore Marco Philopat.

Poliedrico e caleidoscopico come un albero dai cento fiori diversi, Gianfranco Manfredi ha scritto un libro sulla storia del big bang di quaranta anni fa. “Ma chi ha detto che non c’è” è uno zibaldone di riflessioni concetti che esplora le bellezze e angoli più oscuri di un anno converso, in un confronto serrato con vicende avvenute. Sono affreschi letterari che traggono ispirazione dalla sua famosa canzone, scritti in una prospettiva storica senza mai limitare lo guardo ai cliché o alle ideologie, senza perdere l’ironia e la tenerezza che caratterizzano l’intera opera di Manfredi. Sono percorsi inediti alla ricerca di ciò che si presume non ci sia, ma che in realtà sta nel fondo dei tuoi occhi, sulla punta delle labbra… Ma anche dentro la nube tossica di Seveso o nel funerale di Mao, nell’esplosione del punk o nella testa del reverendo Jim Jones, nelle contraddizioni tra la guerriglia urbana, l’ala creativa del movimento e la galassia della musica alt(r)a. Sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nel femminismo e in Porci con le ali, nella nascita dell’impero del porno e nella febbre del sabato sera. Sta nella battaglia antinucleare e nel blackout di New York, nelle radio libere, in Sandokan, in Ken Parker di Berardi-Milazzo e nel Pentothal di Andrea Pazienza. Sta in tanti di questi odori, forme e colori diversi riuniti in una radice comune da una stesura autoriale.

Culture del dissenso

Indiani metropolitani, beatnik e punk.
Esperienze di lotta e di creatività non conforme dal lungo ’68.

Una rassegna sulle culture e contro-culture che hanno popolato i movimenti a partire dal ’68 e attraverso tutti gli anni ’70, pensata a partire da una riflessione interna al nostro collettivo: molti di noi non hanno vissuto quegli anni e ci siamo res* conto di sapere davvero poco al di là dei fatti di cronaca e dei movimenti politici più in vista.

Venerdì 21/02/2020
h 21:00
proiezione del film “Lavorare con lentezza” di Guido Chiesa (2004).

Sabato 22/02/2020
h 17:00
presentazione del libro “Ma chi l’ha detto che non c’è. 1977 l’anno del big bang”, Agenzia X (2017). Incontro con l’autore Gianfranco Manfredi e l’editore Marco Philopat.

Venerdì 28/02/2020
h 21:00
proiezione del film “I figli dello stupore. La beat generation italiana” di Francesco Tabarelli (2018).

Domenica 01/03/2020
h 16:00
presentazione del libro di poesie “Non costerò un centesimo”, Autoproduzioni Fenix (2019). Incontro con l’autore Gianni Milano.

Mai più CPR – Mai più lager. Presidio

SABATO 8 FEBBRAIO 2020 Via Garibaldi – Asti – Ore 10:30

Presidio informativo contro tutti i CPR

Di seguito il testo del volantino:

SOLIDARIETA’ SENZA CONFINI
Il 18 gennaio Vakhtang è stato ammazzato di botte dalla polizia. Vakhtang era un migrante di 37 anni, originario della Georgia. Era rinchiuso in un CPR di Gradisca perché sprovvisto di documenti.

È stata fatta ogni genere di illazione su questa storia. Perché di CPR non si deve parlare. Perché non si deve raccontare che cosa sono quei luoghi. Perché non si può dire che lì dentro si muore. Almeno non in prossimità del giorno della memoria. Non quando tutti i politici si prodigano in grandi discorsi sul rispetto della vita umana e sulla necessità di non ripetere gli orrori del passato.
I CPR sono i lager della democrazia. I Centri di Permanenza per il Rimpatrio, esattamente come i campi di concentramento nazi-fascisti, sono galere in cui si finisce non per qualcosa che si è fatto, ma per quello che si è.

I detenuti dei CPR sono persone straniere divenute irregolari sul territorio italiano per visti scaduti, per aver perso il lavoro (e con questo il permesso di soggiorno) o per aver ricevuto esito negativo alla richiesta di asilo. Immigrati che senza aver provocato danno a niente e a nessuno vengono rinchiusi fino a 180 giorni.

Istituiti con la Legge Turco-Napolitano del 1998, questi luoghi hanno cambiato spesso nome (CPT, CIE) senza mai cambiare nella sostanza. Sbandierate come efficienti macchine per l’espulsione, nel corso di vent’anni, il loro tasso di rimpatrio si è attestato attorno al 50% dei reclusi. Circa la metà sono deportati al loro Paese, gli altri rilasciati con un “foglio di via”. Questi dati dimostrano con chiarezza come i CPR non servano a contrastare il soggiorno clandestino. La loro funzione è tutt’altra: profitto per le cooperative e aziende che ci lavorano dentro, consenso per i partiti che fanno propaganda elettorale sui migranti. Il loro funzionamento poi contribuisce a mantenere la comunità straniera in una condizione di inferiorità legale, terrore, ricattabilità e sfruttamento. Le aziende si arricchiscono, i politici prendono poltrone e i rinchiusi nei CPR muoiono.

Quella di Vakhtang non è una storia isolata. A luglio un altro ragazzo bengalese di 32 anni è morto nel CPR di Torino per non aver ricevuto cure mediche. Questi fatti sono lo specchio fedele delle condizioni in cui si trovano i detenuti, abbandonati a sé stessi e costretti a subire ogni giorno abusi e violenze di ogni tipo.

Contro questi veri e propri lager della democrazia è necessario prendere posizione. E’ necessario rompere il silenzio. E per farlo bisogna innanzitutto uscire dalla logica razzista che tratta l’immigrazione come un’emergenza. Le persone viaggiano da sempre e in ogni luogo. E tutti devono poterlo fare liberamente. Senza barriere e galere. Senza mettere a repentaglio la propria vita. Questa libertà non può essere un privilegio dei soli cittadini europei.

Chiudiamo le galere dei senza documenti. Per un mondo senza frontiere!

LABORATORIO AUTOGESTITO LA MICCIA