Guerra al Covid o guerra ai poveri?

PUNTO INFO ANTIMILITARISTA
Sabato 30 Gennaio @ Corso Alfieri (altezza banca Unicredit) Asti
H 10:30
Verso la giornata del 13 febbraio a Torino

Il governo aumenta la spesa di guerra, finanzia la diplomazia in armi dell’Eni in Africa, accelera sul Tav e le altre grandi opere.
A dieci mesi dall’inizio della pandemia nulla è stato fatto per porre rimedio alle scelte criminali dei governi.
Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 43.000 posti di lavoro nella sanità. In Italia ci sono 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 4,7 della media europea. In Italia i posti letto sono calati del 30 per cento tra il 2000 e il 2017.
Il governo si è gingillato tra banchi a rotelle e ponte sullo stretto ma solo le briciole sono state stanziate per assumere medici, infermieri, assistenti sanitari, per aprire nuovi reparti, per la prevenzione e la cura nel territorio, per le USCA, le unità di assistenza domiciliare.
I sanitari che rendono pubbliche le condizioni in cui sono obbligati a lavorare sono sottoposti a provvedimenti disciplinari e rischiano il posto.
I soldi del recovery found non verranno utilizzati per tutelare la nostra salute, ma per sostenere le industrie, la lobby del cemento e del tondino, l’industria bellica e l’apparato militare.
Oggi la sanità è al collasso: i posti letto scarseggiano, non ci sono strutture e personale per curare adeguatamente tutti.
Per chi se le può permettere ci sono le cliniche private, la prevenzione, le cure. Per gli altri la vita è oggi più che mai un terno al lotto. Ma a decidere non è mai il destino. Decidono i governi.
I responsabili siedono sui banchi del parlamento, nei consigli regionali e nelle segreterie di tutti i partiti. Tutti hanno governato, trasformando la salute in business.
Nel 2020 sono stati stanziati circa 26,3 miliardi in spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto al 2019. Calcolate quanti posti letto, quanti ospedali, quanti tamponi, quanta ricerca si potrebbe finanziare con questi 26 miliardi e rotti di euro. Avrete la misura della criminalità di questo e di tutti i governi di questi anni.
La bozza di piano pandemico del governo per il 2021 rende “normale” l’orrore della scelta tra chi vive e chi muore in caso “le risorse non siano sufficienti”. Anziché migliorare il servizio sanitario, si decide che i più deboli e anziani non meritino la spesa. Lo stesso piano stabilisce che i responsabili di “fughe di notizie” vengano censurati: la verità sulla gestione della pandemia non deve essere resa pubblica.
Chi è povero, malato, anziano non merita di vivere. La sua vita è un costo insostenibile per chi sceglie di spendere per rinforzare l’apparato bellico che sostiene l’imperialismo tricolore e gli interessi di multinazionali come ENI e Leonardo.
I militari, promossi a poliziotti durante la pandemia, sono nelle nostre strade per affiancare le altre forze dell’ordine nella repressione di ogni insorgenza sociale.
Sono per le strade dei quartieri dove arrivare a fine mese è sempre più difficile, dove si allungano le file di poveri, senza casa, senza reddito, precari.
La crisi pandemica che ha colpito la maggior parte dei paesi europei ha prodotto una crisi sociale senza precedenti, che sta innescando momenti di rivolta sociale.
Se non ci sono i soldi per il fitto e le bollette, la tutela della salute diventa un lusso che pochi possono permettersi. Per mettere insieme il pranzo con la cena, molti si sono dovuti adattare ad una miriade di lavori precari sottopagati, senza reali tutele dal rischio di contagio.
La chiamano pandemia ma è una sindemia, perché il virus colpisce e uccide soprattutto i più poveri, quelli che più degli altri sono colpiti da malattie croniche, che dipendono dallo stile di vita, dall’esposizione all’inquinamento, dal cibo spazzatura, dal mancato accesso a prevenzione e cura.
Il coprifuoco serale, inutile per contenere il virus, è mera ginnastica d’obbedienza, uno dei tanti dispositivi disciplinari sperimentati in vista di possibili insorgenze sociali. La produzione non si deve mai fermare, costi quel che costi, mentre le nostre vite sono sempre più compresse.
Il governo teme le rivolte e elargisce elemosine a scadenza agli imprenditori colpiti dalle chiusure. Ma per i tanti che lavoravano in nero o con contratti di poche settimane non c’è né cassa integrazione, né “ristori”.
Il governo si è preso pieni poteri e utilizza strumenti fuori dall’ordinario. Lo stato d’emergenza è diventato permanente, per avere mano libera nella repressione delle lotte.
I tanti provvedimenti repressivi messi in campo nell’ultimo decennio per dare scacco agli indesiderabili, ai corpi in eccesso, ai sovversivi non sono sufficienti per un governo che ha deciso di mettere sotto controllo militare l’intera popolazione.
Presto finiranno blocco degli sfratti e cassa integrazione, presto non ci saranno più salvagente, presto gli ultimi saranno chiamati a pagare un prezzo ancora più alto per la crisi pandemica.
Per il governo le nostre vite non valgono fuori dalla gabbia del produci, consuma, crepa.
Le restrizioni imposte dal governo non basteranno a fermare il virus. Un virus che continuerà a correre finché la logica del profitto e della guerra sarà più importante delle nostre vite.
Fermarli dipende da ciascuno di noi. Salute e giustizia sociale vanno di pari passo.
Le fabbriche d’armi, le caserme, i poligoni di tiro, le basi militari sono a due passi dalle nostre case.
Gettare sabbia negli ingranaggi del militarismo è possibile ed urgente.

Federazione Anarchica Torinese
Assemblea Antimilitarista – Torino
Laboratorio Anarchico Perlanera – Alessandria
Laboratorio Autogestito La Miccia – Asti

Quale memoria?

Il calendario di Stato è pieno di commemorazioni. Giorni in cui veniamo sollecitati per decreto regio a sforzare una memoria sempre più artificiale su avvenimenti a noi talvolta sconosciuti. I nostri occhi devono chiudersi su quanto mortifica quotidianamente le nostre vite, per spalancarsi soltanto su ciò che un tempo travolse le esistenze di altri.

Manifestazioni, funzioni, celebrazioni, ci fanno ripercorrere a distanza di sicurezza quanto ci è stato insegnato sugli orrori del passato per farci sentire al riparo da ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle nel presente.

Ogni 27 gennaio veniamo invitati a commemorare le vittime dell’Olocausto, i milioni di ebrei e non ebrei soppressi nei lager nazisti. Affinché simili tragedie non debbano ripetersi mai più, le autorità elargiscono onoreficenze ai sopravvissuti o ai loro parenti, inaugurano lapidi a perenne monito, finanziano Treni della Memoria che conducono i ragazzi a visitare il lager di Auschwitz. Tutte nobili iniziative. Tuttavia, prima di arrivare a Cracovia, tutta questa memoria farà tappa anche alla Risiera di San Sabba (Trieste) — campo di sterminio dotato di forno crematorio —, a Gonars (Udine), a Renicci di Anghiari (Arezzo), a Chiesanuova (Padova), a Monito (Treviso), a Fraschette di Alatri (Frosinone), a Colfiorito (Foligno), a Cairo Montenotte (Savona) e in tutti i paesi dove all’epoca sorsero campi di concentramento italiani?

No, la memoria istituzionale è selettiva. Ricorda volentieri gli orrori perpetrati dallo Stato tedesco, ma solo per far meglio dimenticare quelli commessi dallo Stato italiano.

Sottolineando la responsabilità degli altri si cerca di legittimare e rendere plausibile una propria irresponsabilità in quei fatti lontani, laddove dovrebbe essere noto che il governo fascista italiano fu il principale alleato del governo nazista tedesco nonché, in un certo senso, l’ispiratore.

Ma c’è di peggio. La messa in mostra degli orrori di ieri serve soprattutto a coprire gli orrori di oggi, offuscando l’indissolubile legame che li unisce. La rituale esibizione del Male assoluto nazista è necessaria, va ripetuta di anno in anno, perché serve a rendere più accettabile il Male relativo democratico. Così tutti s’indignano per il clima di paura che regnava all’epoca, ma quanti invocano quel sistema di videosorveglianza moderno che tratta chiunque come un nemico da controllare? Si piangono gli ebrei rinchiusi nei lager di ieri con l’accusa di aver infestato l’Europa, mentre si tace sugli immigrati clandestini che vengono rinchiusi sotto i nostri occhi nei lager di oggi (i Centri di permanenza per il rimpatrio) con l’accusa di infestare l’Europa.

Si rimane sgomenti di fronte all’ideologia nazi-fascista che faceva degli ebrei dei parassiti da eliminare, una malattia contagiosa da estirpare ma si trovano del tutto accettabili gli insulti e le minacce indirizzate sistematicamente alla comunità rom. Un disprezzo che spesso raggiunge l’invocazione di una vera e propria pulizia etnica.

Ci si interroga su come fu possibile discriminare, perseguitatare e ghettizzare una larga fetta di popolazione ma si reputa del tutto normale invocare lo sgombero dei campi rom, senza spendere un euro per trovare soluzioni di vita dignitose, senza prevedere l’assegnazione di case, senza fare letteralmente nulla, se non respingere in un isolamento ancora più degradante chi, come tutti, vorrebbe solo trovare una casa e una vita migliore.

Furono 500.000, forse più, i rom, sinti e camminanti sterminati nei lager. Altre centinaia di migliaia furono perseguitati incarcerati, deportati, le famiglie sciolte, le comunità disperse, allo scopo dichiarato di sradicare il Wandertrieb, l’“istinto nomade”, identificato dall’eugenetica paranoide fascista con il disordine, la trasgressione, la commistione del sangue e la degradazione del costume. Eppure la loro è una memoria drammaticamente taciuta. E la ragione è semplice: studiare le dinamiche che resero possibile il loro sterminio è qualcosa di troppo scomodo perchè troppo drammaticamente attuale. Oggi come allora la guerra fra i poveri si alimenta degli stessi stereotipi, dello stesso odio per chi è diverso, per chi sta peggio. E questo lo vediamo con estrema chiarezza anche qui ad Asti con quanto sta succedendo rispetto al campo di via Guerra.

Il primo dell’anno Ariudin, un ragazzo di 13 anni, è morto in un tragico incidente all’interno del campo. La stampa locale, all’indomani dell’accadduto, ha cinicamente titolato: “Asti, al pronto soccorso si contano i danni della disperazione dei parenti del 13enne ucciso dal petardo”. L’articolo ha scatenato sui social una bufera di insulti razzisti e di indignazione, non certo per la drammatica scomparsa del ragazzo ma per alcuni – limitatissimi – danni avvenuti all’ospedale. Insomma l’interruttore di una porta automatica e una barella valgono di più della vita di una persona.

Il terribile avvenimento ha dato un’accellerata alle procedure di sgombero del campo di via Guerra e recentemente sono uscite le proposte della giunta comunale, in accordo con il questore: fare da intermediari con mediatori immobiliari per far acquistare alle famiglie del campo una casa e individuare un’area – lontana da tutto e da tutti – dove piazzare tende per le famiglie non in grado di acquistare un immobile.
Il tutto senza impiegare alcuna risorsa finanziaria nè mettere a disposizione edilizia popolare.

Come se le famiglie del campo di via Guerra volessero a tutti i costi rimanere lì e non se ne fossero andate prima unicamente perchè sprovviste dei saggi consigli dell’amministrazione, non certo perchè impossibilitate all’acquisto di una casa. Con tali premesse l’ipotesi della costituzione di un nuovo campo “temporaneo” appare non come un’ipotesi ma come una certezza assoluta che farà del nuovo sito, non ancora individuato, solamente un altro ghetto, ancora più isolato.

Quella del Comune non è che l’ennesima operazione demagogica per guadagnare un po’ di consensi a destra, sulle spalle di famiglie che hanno i nostri stessi bisogni e che subiscono in forma estrema la nostra stessa precarietà. E il tutto in una città piena di case sfitte e immobili vuoti abbandonati al degrado e alla speculazione edilizia.

Quello del Comune è un gioco facile che affonda le proprie radici su di una ideologia razzista che da sempre individua nei rom, sinti e camminanti degli “asociali” e dei “criminali per natura”, da isolare e ghettizzare.

Da queste discriminazioni e ghettizzazioni ai pogrom il passo è molto breve. E’ quanto successe a Torino nel dicembre del 2011 quando un gruppo di ultras e neofascisti portò a termine un attacco incendiario al campo nomadi della Continassa, nel quartiere popolare delle Vallette. La storia avrebbe dell’incredibile se non si cementasse su secoli di antiziganismo: una ragazza racconta un bugia, uno stupro mai avvenuto, punta il dito su due rom, i rom che vivono in baracche fatiscenti tra le rovine della cascina della Continassa. Il campo viene dato alle fiamme.
Oggi, giorno della Memoria, non dovremmo limitarci a guardare in modo distaccato agli orrori del passato. Oggi dovremmo ragionare sul significato della storia, sulla sua utilità e se essa debba essere una mera attività consolatoria o uno strumento efficace per saper leggere anche il presente e agire di conseguenza. Se vogliamo che la memoria non sia un esercizio vano dobbiamo capire una volta per tutte che gli unici veri parassiti sono i politicanti di ogni colore e di ogni tempo, che lucrano sulle vite delle persone per metterle le une contro le altre, per allargare il consenso verso leggi sempre più liberticide e autoritarie.
L’unica vera malattia da estirpare è il nazionalismo, un cancro che avvelena la società nascondendoci i nostri veri nemici: i padroni che ci sfruttano, le istituzioni criminali e incompetenti che ci governano.

I nostri nemici non abitano nei campi nomadi ma siedono sulle poltrone del Comune, della Regione, del Parlamento, dei Consigli di amministrazione. Sono loro che ci sfruttano, che ci sfrattano, che ci riducono alla fame, che tagliano su tutti i servizi fondamentali e poi ci dicono che “siamo tutti italiani” e che la colpa è degli stranieri, degli zingari. Oggi più che mai è necessario non cadere in questa trappola. Non bisogna lasciare nessuno spazio a chi specula sulle nostre vite e su quelle di chi sta peggio di noi. Se le loro armi sono l’ignoranza e l’odio, le nostre sono la solidarietà, l’auto-organizzazione, lo studio, l’azione diretta. Contro ogni nazionalismo. Contro ogni razzismo. Perchè ogni bandiera è imbrattata di sangue, ogni inno nazionale copre urla e lamenti e fino a quando non si deciderà di farla finita con i governi, gli orrori della storia non faranno che ripetersi.

Riferimenti:
A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari, A rivista anarchica (DVD)
L. Guenter, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, 2002