Meditazione quasi zen per momenti hardcore – PARTE 3: “18 maggio”, poesia letta dall’autrice Alice Diacono. Dal volume “Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento”, Battaglia Edizioni, Imola 2019.
Autore: L.A. Miccia
Riflessioni antispeciste sul coronavirus
Un virus salterino
Il SARS-Cov-2, il virus che nell’uomo causa la malattia nota come Covid-19, ha compiuto un salto di specie dal pipistrello all’uomo, forse attraverso un ospite intermedio. La stessa cosa è già successa con la SARS nel 2003, la MERS nel 2012, l’Ebola, la suina H1N1 e l’aviaria H5N1, Zika, HIV… tutte malattie portate da virus dopo un salto di specie. (1)
Non c’è da stupirsi che noi animali umani rappresentiamo un’occasione preziosa per molti tipi di virus e batteri. Siamo grandi animali che vivono in condizioni di sovraffollamento nelle città, ci muoviamo moltissimo in tutto il pianeta costituendo un vettore di infezione globale perfetto anche a partire da un unico focolaio isolato. Quanto alle occasioni, non mancano di certo. Entriamo continuamente in contatto con altri animali ospiti di virus e batteri: allevamenti, macelli e mercati per gli animali cosiddetti “da reddito”, mentre sul fronte distruttivo della deforestazione incrociamo il nostro percorso con un’enorme varietà di animali selvatici invadendo il loro habitat. (2)
Cos’è l’antropocentrismo, e perché un virus dovrebbe aiutarci a metterlo in discussione?
L’antropocentrismo è l’idea che noi esseri umani siamo al centro e al di sopra di tutto il resto dell’esistente, idea che crea una divisione binaria tra l’animale uomo e il resto degli animali. Naturalmente, in questa divisione noi esseri umani ci assegniamo il posto al vertice di questa scala gerarchica, e da questa posizione esercitiamo il nostro privilegio sfruttando gli altri animali, scacciandoli e lasciandoli morire quando vogliamo il loro territorio, e smembrandone a centinaia di miliardi per l’industria di carne e derivati come latticini e uova. L’antropocentrismo ci ha illus* di essere intoccabili e autosufficienti, di poter dominare sull’intero pianeta, ignorando e calpestando l’insieme delle relazioni che ci legano al resto della biosfera. Tra le altre cose, anche questa epidemia ci dimostra che non è così: il confine tra le specie è permeabile, per i virus così come per le relazioni, la comunicazione, i sentimenti. Se possiamo imparare qualcosa da questo casino, perché rinunciare? Abbiamo un enorme bisogno di rimettere in discussione il ruolo che la nostra specie si è illusa di avere, e di cambiare il modo in cui ci relazioniamo con le altre specie viventi. Questa è l’ennesima buona occasione che ci capita per farlo.
Altrochè laboratori segreti, basta la zootecnia.
La zootecnia, con il suo apparato di produzioni agricole per i mangimi, di allevamento intensivo e di macellazione industriale, è l’unico metodo possibile per produrre cibo di origine animale a sufficienza per soddisfare la richiesta del mercato. Chi sostiene che bisognerebbe passare ad un allevamento estensivo, allo stato brado, “naturale”, sappia che vorrebbe dire un mondo in cui i cibi di origine animale sono appannaggio unicamente di un’elite ricca o così rari da costituire un’eccezione più che una costante nell’alimentazione umana. (3) La coltivazione di mangime impiega enormi risorse idriche, causa deforestazione sulla terra e soffoca gli oceani con l’ipertrofia delle alghe causata dall’immissione nei corsi d’acqua di concimi azotati. (4) Tutto questo per permettere all’industria degli allevamenti di compiere orrori infiniti sulla pelle di 150 miliardi di animali ogni anno: ammassati in luoghi sporchi, malati e feriti, vengono imbottiti di antibiotici e antiparassitari per restare vivi abbastanza a lungo da raggiungere un peso profittevole sul mercato. Queste condizioni sono lo scenario perfetto che favorisce lo sviluppo di nuovi patogeni. Batteri resistenti agli antibiotici, che uccidono già 700.000 persone ogni anno nel mondo e che secondo le stime diventeranno la prima causa di morte nel 2050 con 10 milioni di vittime all’anno (insomma, non dovremo aspettare a lungo per la prossima emergenza sanitaria che prolunghi all’infinito questo stato di eccezione) (5). E virus, che hanno modo di replicarsi in numero enorme. Questo significa che statisticamente, prima o poi, qualcuno di questi riesce a mutare per compiere il famoso salto di specie verso l’uomo – che è a continuo contatto con gli animali detenuti in cattività.
L’enorme portata della sofferenza e dello sfruttamento animale riesce a indurre un cambiamento di prospettiva solo in poche persone, e probabilmente non sarà l’ennesima zoonosi a fare di meglio. Ma non rinunciamo a cogliere questa ulteriore occasione di mettere in dubbio il paradigma specista e antropocentrico della nostra società: non possiamo affrontare alcun discorso di salute pubblica se non ripensiamo al modo in cui trattiamo gli altri animali, e al motivo per cui li trattiamo così. Gli allevamenti sono luoghi di orrore che vanno chiusi, gli altri animali hanno il nostro stesso diritto alla libertà e all’autodeterminazione, e questa potrebbe essere anche l’unico modo di evitare una catastrofe sanitaria e climatica. Cosa ci serve ancora per cambiare?
Nei panni dell’Altro.
Da alcune settimane stiamo sperimentando una quotidianità diversa, alienante e stressante. Siamo stat* privat* della libertà di movimento che avevamo prima, della possibilità di agire il nostro tempo liberamente, di incontrarci, di stare all’aria aperta. Che vita è? La più immediata riflessione che possiamo fare ci porta a provare un forte senso di solidarietà con chi vive sempre queste restrizioni: carcerat*, reclus*, istituzionalizzat*, persone disabili e non autosufficienti costrette a vivere in un’abitazione per mancanza di mezzi adeguati. Ma tendiamo lo sguardo oltre, e basta poco per accorgerci che è esattamente la stessa vita a cui sono condannati buona parte dei nostri animali domestici, in verità i più fortunati, quelli che “stanno bene”. Abbiamo da mangiare, da bere, un letto, non dovremmo essere felici così? Chi divide la casa con cani e gatti, pesci di acquario, rettili o uccelli in gabbia, ha un’occasione unica per capire che cosa significa trascorrere l’esistenza tra quattro mura, uscire solo pochi minuti al giorno per una distratta passeggiata, o osservare malinconicamente lo scorrere della vita fuori dalle finestre. Una vita che resta oltre la nostra portata, anche se abbiamo la ciotola piena. Tutti gli animali sono mossi dagli stessi desideri basilari che muovono anche noi, desiderano essere protagonisti delle proprie vite, delle proprie giornate, esprimere le proprie inclinazioni, essere liberi. Facendo uno sforzo per porci nei loro confronti con curiosità e imparare cosa significa essere vivo per un gatto o un cane, poniamo le basi per un’esperienza arricchente e di reciproco rispetto. Non sarebbe male se da questa esperienza potessimo arrivare a rivoluzionare il nostro rapporto con gli altri animali anche nelle nostre relazioni affettive domestiche, smettendo di pensare agli animali domestici come animali “da compagnia”, che servono per darci affetto e attenzioni in cambio di cibo e coccole, e iniziando a vederli come sono realmente: individui unici e compagni animali con cui costruire un rapporto di reciprocità.
Difficoltà nei rifugi.
Questa epidemia e le misure di sicurezza sanitarie che sono state attuate stanno mettendo in grave difficoltà i rifugi per animali liberati, i canili e i gattili. Le adozioni sono ferme, gli eventi di autofinanziamento anche, ma le esigenze degli animali ospitati non cambiano. Cibo e spese veterinarie vanno pagate. Chi lavora in queste strutture sta continuando, al pari di altre categorie, ad esporre se stess* e l* propr* car* al rischio di contagio per assistere gli animali. Le donazioni di cibo, coperte, antiparassitari e anche di denaro, quando si può, sono sempre benvenute e necessarie per non lasciare indietro quelli che sono sempre, e ancora a lungo saranno, gli ultimi degli ultimi.
Contro ogni dominio, ogni gerarchia, per una solidarietà universale e senza confine!
Note:
(1) https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/dalla-peste-coronavirus-come-pandemie-hanno-cambiato-storia-dell-uomo/d71a9986-6dfd-11ea-9b88-27b94f5268fe-va.shtml
(2) https://www.vegolosi.it/news/qual-e-il-collegamento-fra-il-coronavirus-e-gli-allevamenti-intensivi/
(3) https://www.onegreenplanet.org/news/chart-shows-worlds-land-used/ Nel mondo il 77% percento delle terre agricole sono destinati a pascolo e coltivazione di mangimi, producendo solo il 17% delle calorie e il 33% delle proteine dell’intera alimentazione umana. Nell’unione europea, il 70% della terra agricola è usata per l’alimentazione animale. Eppure solo il 9% della carne bovina e il 30% della carne ovina al mondo è prodotta da pascolo. http://www.fao.org/3/X5303E/x5303e05.htm#chapter%202:%20livestock%20grazing%20systems%20&%20the%20environment Evidentemente è impossibile mantenere l’attuale produzione di carne, latte e uova con il pascolo, per non contare che proprio lo sfruttamento eccessivo del pascolo è una delle principali cause di desertificazione. http://www.ciesin.columbia.edu/docs/002-186/002-186.html
(4) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2367646/
(5) https://ilfattoalimentare.it/resistenza-agli-antibiotici.html
LETTURE #6 – TRATTA DA WASLALA DI GIOCONDA BELLI
Waslala. Memoriale dal futuro, Gioconda Belli.
Boccioli di tarassaco sotto sale
Il tarassaco è una pianta meravigliosa: cresce ovunque, è facilmente riconoscibile e fornisce una gran quantità di ingredienti in cucina. I boccioli chiusi ad esempio si possono mettere sott’olio, sott’aceto o sotto sale come i capperi. Quest’ultima variante è la più semplice.
Bisogna raccogliere i boccioli chiusi che crescono alla base della rosetta, ma cerchiamo di lasciarne un po’ in ogni pianta per lasciarla fiorire, non siamo avidi.
Dopo averli raccolti, puliamoli dalle foglioline e dai gambi. Il lavoro può sembrarvi noioso ma non c’è nessun capo che vi urla dietro né standard di produzione da raggiungere, quindi prendetela calma, sorseggiate un po’ di vino, leggete qualche pagina, ascoltate della musica o chiacchierate col gatto.
Dopo averli puliti, sciacquateli e fateli asciugare qualche ora su un canovaccio.
Quando sono asciutti pesateli e metteteli in barattolo con la stessa quantità di sale grosso in peso.
Ecco il risultato dopo qualche giorno sotto sale: il profumo è acidulo come quello dei capperi, il gusto è molto particolare. Proprio come i capperi, vanno sciacquati bene o lasciati in ammollo per togliere il sale in eccesso.
Nuove tecnologie e autocontrollo digitale
Esercito per le strade, droni, possibilità di tracciamento degli smartphone, autosorveglianza: queste sono solo alcune delle idee al vaglio, da alcune settimane, nella lotta contro il coronavirus. Una lotta che, in favore del rispetto delle regole, è stata in grado di stimolare i desideri di controllo insiti, più o meno inconsciamente, nei cittadini stessi. L’idea sarebbe quella di introdurre una norma di legge, o un decreto, che consenta, in deroga alla normativa sulla privacy, di svolgere verifiche con l’identificazione dei singoli utenti telefonici; la disposizione avrebbe una funzione soprattutto di deterrenza e varrebbe per un tempo limitato. La proposta di queste risoluzioni però ha sollevato diversi dibattiti circa la possibilità del protrarsi delle operazioni stesse; è infatti vero che potrebbero prolungarsi, o addirittura ri-attuarsi nel momento in cui si presenterà un’altra emergenza, sanitaria ma non solo, con serie ripercussioni sulla privacy dei cittadini. Il manifestarsi di un nuovo stato di eccezione in futuro potrebbe essere utilizzato come pretesto per colpire, ancora una volta, la libertà dei singoli: emergenza sanitaria, terrorismo, chi può dire quale sarà la causa della prossima quarantena, e quali le scelte da parte di un governo che ha già dimostrato di potersene fregare delle procedure democratiche per la convalida dei diversi decreti? Questa emergenza ci ha dimostrato come sia facile, anche all’interno di uno stato “democratico”, trovare delle scappatoie per emanare decreti senza il controllo da parte degli organi statali responsabili della salvaguardia della democrazia stessa, sollevando non poche preoccupazioni anche tra i sostenitori più accaniti di tale sistema.
In tema di sviluppo delle nuove tecnologie in aiuto all’emergenza coronavirus, in Cina una situazione analoga si è già vissuta grazie a un’app che traccia gli spostamenti degli utenti e permette loro di segnalare i luoghi che hanno visitato, le persone che hanno incrociato, per poter tracciare un filo tra i cittadini e tenere sotto controllo i contagi. “Così big data e intelligenza artificiale stanno battendo il coronavirus”; “Coronavirus: come la Cina lo ha fermato con la tecnologia e cosa può imparare l’Italia”: questi sono solo alcuni dei titoli che le testate giornalistiche italiane riportano in queste settimane, acclamando a gran voce il controllo attraverso la tecnologia che, già nella stessa Cina, in passato, si è dimostrata essere frutto di una pesante dittatura informatica.
Ma l’auto-controllo tanto apprezzato (che passerebbe dal tracciamento delle celle al controllo tramite GPS e app), che renderebbe buoni cittadini chi sceglie di praticarlo, ha più di un risvolto negativo: è il risultato dell’idea diffusa, ma che denota una conoscenza troppo superficiale dei mezzi, che la tecnologia possa essere usata fine a se stessa. I sostenitori della trasparenza radicale sbandierano l’estinzione della sfera personale in favore della pubblica onestà, ritenendo che una maggiore visibilità ci renda persone migliori; credono inoltre che una maggiore trasparenza renda automaticamente la società più tollerante: essere differenti equivale ad un’anomalia del sistema, forse sintomo di corruzione morale. Questa vigilanza costante operata dai nuovi padroni digitali fa girare molto denaro grazie al complesso delle informazioni che vi ruotano attorno, che regge a sua volta l’industria dei meta-dati. I nuovi padroni digitali costruiscono le infrastrutture rendendo così possibile dirigere in maniera eterogenea le masse, instillando desideri indotti e stimolando a fornire sempre più informazioni: siamo noi che rendiamo possibile la personalizzazione di massa. D’altronde le piattaforme social sono state create con l’obiettivo del profitto, non con l’idea di creare uno spazio globale di dibattito culturale. Il prezzo della libertà digitale è la fine della privacy[1].
Queste teorie di capitalismo digitale aiutano a comprendere come sia facile per i padroni digitali ottenere le informazioni necessarie dai propri utenti, e divengono più che mai attuali in questo periodo di caccia all’untore. I cittadini, ignari del funzionamento di tali tecnologie, si rendono partecipi di un sistema di sorveglianza, o peggio, di auto-sorveglianza, ostentato come utile o addirittura essenziale per la salute pubblica. Saper usare queste tecnologie in modo critico diventa fondamentale per non rischiare di essere assoggettati al potere per loro tramite, in un futuro in cui l’emergenza potrebbe non essere più l’eccezione, ma la regola.
Sia che queste risoluzioni vengano attuate, sia che vengano scartate definitivamente, è necessario tenere acceso il dibattito sull’uso delle nuove tecnologie in relazione ai possibili riscontri sulla privacy: le tecnologie che usiamo quotidianamente, anche quelle apparentemente più semplici come i social network, vanno conosciute, vanno compresi i meccanismi che ne stanno alla base e i paradigmi che li regolano per evitare che possano, un giorno (se già questo non stia accadendo), essere usate contro gli utenti stessi da chi detiene il potere. In questo clima emergenziale, va innanzitutto ricordato che la salute non si combatte con la sorveglianza e il controllo, o peggio, l’auto-controllo, ma con la presa di coscienza da parte del singolo individuo e con atti di responsabilità nei confronti dell’altro.
[1] Ippolita, La Rete è libera e democratica. Falso! cit., p. 21
CONSIGLI DI LETTURA #1
Consigli di lettura libertari dal @cdlfelix e L.A. MICCIA!
Amedeo Bertolo, “La gramigna sovversiva”, 1979, in “Anarchici e orgogliosi di esserlo”, Eléuthera, 2017.
LETTURE #5 – FILASTROCCHE PER I CUCCIOLI DEL COSMO, DI FILOMENA FILO SOTTILE
Lettura a cura del L.A. Miccia tratta da “Filastrocche per i cuccioli del cosmo” scritta da Filomena Filo Sottile.
Musiche: Paolo Longhini.
Un racconto per Eddi e tutte gli altr combattenti intergalatticu: https://filosottile.noblogs.org/post/2020/03/18/filastrocche-per-i-cuccioli-del-cosmo-un-racconto-per-eddi-e-tutte-gli-altr-combattenti-intergalatticu
LETTURE #4 – ALICE DIACONO – Cose che se non ho imparato a fare…
Meditazione quasi zen per momenti hardcore – parte 2: “Cose che se non ho imparato a fare entro i ventotto anni non imparerò a fare mai più”, poesia letta dall’autrice Alice Radice Diacono. Dal volume “Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento”, Battaglia Edizioni, Imola 2019.
Qui il testo direttamente sul blog dell’autrice! https://iltempodiunbidet.wordpress.com/2015/09/09/cose-che-se-non-ho-imparato-a-fare-entro-i-28-anni-non-imparero-a-fare-mai-piu/comment-page-1/
Frittazza di luppolo + contorno
Oggi sveliamo un altro arcano segreto dell’ormai passata era geologica nota come Apericene.
La frittazza di luppolo, ovvero la frittata fatta con la farina di ceci, che non mi piace chiamare farifrittata perchè sa di cosa farinosa e polverosa e non è così.
Partiamo dal luppolo, ormai noto ingrediente primaverile della cucina micciana. A differenza di molte altre erbe spontanee, le cime di luppolo sono più gustose, croccanti e fragranti quando sono più grosse. Di quanto ho raccolto ho quindi tritato le parti più piccole, mentre le cime lunghe le ho tenute per guarnire la frittazza.
FRITTAZZA:
Per una buona frittazza bisogna rispettare la proporzione tra farina di ceci e acqua, che è di 1:3 IN PESO, esattamente come per la farinata.
– 80 g di farina di ceci
– 240 g di acqua
– un pizzico di sale
– un giro d’olio
L’impasto è liquido e mescolandolo con la frusta eliminate la maggior parte dei grumi, se ne resta qualcuno non è una tragedia si dissolvono in cottura. Per un risultato super si può far riposare qualche ora o una notte, ma anche fatto sul momento dà il suo porco risultato. Aggiungiamo poi la parte di luppolo tritata.
Versiamo l’impasto in una padella con olio caldo. Di olio ce ne va abbastanza, non deve friggere ma comunque la farina di ceci ha bisogno di grassi. Il fornello è medio e il fuoco è al minimo.
Dopo aver accomodato uniformemente la frittazza aggiungiamo i luppoli grandi e gustosi sopra, si cuoceranno senza problemi. Copriamo col coperchio e lasciamo cuocere circa 10 minuti.
Quando la frittazza si stacca agevolmente dalla padella scuotendola e la superficie è ben rappresa, si può girare con l’aiuto di un piatto. La seconda parte di cottura si fa senza coperchio, scuotendo ogni tanto la frittazza e quando fa un bel rumore sabbioso e sfrigolante di croccante è pronta per essere rigirata direttamente in un piatto.
Mannaggiando al vapore che non permette di godere in foto della superba croccantezza dei luppoli, possiamo fare un contorno di spinaci freschi e ortiche, nella stessa padella perchè non è il caso di lavare poi troppi piatti. Soffriggere uno spicchio d’aglio, dei peperoncini, e poi mettere gli spinaci freschi o sbollentati in padella insieme ad un po’ di cimette di ortica.
Salare, coprire e far appassire a fuoco basso, volendo si può sfumare con un po’ di vino per un gusto più robusto, o se no il vino potete bervelo tutto voi. Sempre a piacere, si può aggiungere già nel soffritto qualche oliva e cappero o pomodori secchi, o tutto quanto insieme, o qualunque altra cosa vi passi per la testa. Tranne i gatti e i cocci di vetro, che anche no.
Quando si è tutto appassito girate un po’, e finite la cottura senza coperchio per non far rammollire tutto, la verdura è buona quando ha un po’ di consistenza!