VEDO TERRA – REPRESSIONE A GENOVA

Riportiamo il comunicato di Vedo Terra, collettivo studentesco di Genova colpito da misure repressive. Piena solidarietà!


Dopo un mese di occupazione e liberazione dell’Università, dopo aver attraversato le strade di questa città in testa ad un corteo di migliaia di persone, non riconoscendoci nella commemorazione istituzionale del ventennale del G8, ecco arrivare le prime denunce contro un nostro compagno.
Denuncia per invasione.
Per esserci ripresi/e uno spazio che ci appartiene, chiuso da più di un anno. Un’università che solo in quel momento è stata veramente pubblica, popolare e universale.
Due denunce per manifestazioni non autorizzate.
Per aver raccontato la realtà dei giorni del 2001, allontanandoci dalla retorica istituzionale deconflittualizzante tipica delle sinistre degli ultimi vent’anni.
A Genova ultimamente abbiamo visto misure repressive sempre più opprimenti, che hanno colpito tanti e tante compagni/e. Dalle varie denunce per i fatti di Corvetto, alle accuse di associazione a delinquere ai danni dei compagni del porto, fino alle misure amministrative di sorveglianza speciale che colpiscono ormai tutti quelli che alzano la testa contro i soprusi di questo sistema.
Non sono queste misure, atte ad intimorirci e dividerci, che ci fermeranno. Continueremo la nostra lotta verso un mondo più giusto, a partire dal rilancio dello sciopero generale dei sindacati di base dell11 ottobre.
A vent’anni dal G8 qualcosa l’abbiamo imparato: IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO.
COLLETTIVO VEDO TERRA – GENOVA 2021

NON SONO MELE MARCE

Presidio anticarcerario 2 luglio.

MELE MARCE?

Sul web corrono veloci le immagini agghiaccianti del pestaggio punitivo avvenuto all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, come atto di vendetta dopo la rivolta da parte dei detenuti nel mese di Aprile in piena pandemia. Quasi contemporaneamente escono le immagini e la storia di un’agressione violentissima subita da dei ragazz* non bianch* a Milano, sempre da parte della polizia.

Un fiume di soprusi e violenza che si ingrossa di più ogni giorno che passa e tutto questo all’avvicinarsi del ventennale del G8 di Genova, dove la polizia uccise Carlo Giuliani, picchiò e torturò migliaia di persone.

Riguardo ai fatti di Santa Maria Capua Vetere la risposta da parte dello Stato sembra essere esemplare e celere: 52 misure cautelari, sospensioni e incarcerazioni. A cosa servirà tutto questo? Ben poco. Queste azioni legali serviranno solo a sostituire il corpo della polizia penitenziaria di quella sezione creando ancora di più un clima di tensione tra detenuti e guardie, perchè il ricordo e le ferite di quella notte non passeranno facilmente.

Dopo una prima ondata di indignazione che ha attraversato giornali e coscienze, la narrazione proprosta è ritornata ad essere sempre la stessa: sono mele marce, anomalie, ingranaggi arrugginiti di un meccanismo di per sé giusto ma che ha bisogno di una bella oliata e di maggiore controllo.

Ciò che è successo però non è un’eccezione ma la regola. La violenza fa parte della quotidianità delle carceri, è il seme da cui nasce questa istituzione. Privare le persone della propria libertà e rinchiuderle tra quattro mura in cui solo chi ha la divisa detiene il potere non può che portare a metodi e pratiche violente. Continueremo a denunciare l’atrocità e l’inutilità di questi luoghi che hanno l’unico scopo di ghettizzare ed annullare le persone considerate indecorose e scomode per la società.

Il carcere non si può addolcire, il carcere non può essere riformato. L’unica soluzione è abbatterlo e trovare risposte adeguate alle situazioni di emarginazione e criminalizzazione.

Contro tutte le galere e contro tutte le violenze poliziesche. Per un mondo fondato sull’uguaglianza, il mutuo appoggio, la solidarietà. Non sono mele marce: è la pianta che è da estirpare. Non sono casi isolati: è il sistema sociale che deve essere cambiato alla radice

Volantino pdf

VAGLI A SPIEGARE CHE È PRIMAVERA – CONOSCERE IL CARCERE PER ABBATTERLO

Domenica 18 Aprile – H. 16 – Corso Alfieri (davanti Unicredit) – Asti

A un anno dalla rivolta nelle carceri italiane, primo appuntamento del percorso di informazione e lotta contro le prigioni.

Vagli a spiegare che è primavera
Un anno fa, nel marzo 2020, il governo risponde all’emergenza pandemica innalzando ancora di più le mura del contenimento carcerario. 
Il 22 febbraio 2020 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria emana una circolare in cui si dispone che tutti gli operatori penitenziari, volontari e familiari dei detenuti residenti nelle zone rosse non entrino negli istituti penitenziari. Nei giorni seguenti gli istituti penitenziari avviano una politica di chiusura forzata al mondo esterno, sospendendo i colloqui e i regimi di semi-libertà. La risposta dei detenuti nelle carceri di mezza Italia è l’unica possibile. Radicale come estreme sono le condizioni in cui si trovano.
Tra l’8 e il 9 marzo scoppiano rivolte in oltre 70 istituti penitenziari a cui si aggiungono manifestazioni in altri 30 istituti su un totale di 189 prigioni sul territorio nazionale. 
I motivi delle rivolte riguardano il blocco dei colloqui con i parenti e la richiesta di maggiori garanzie rispetto alla gestione dell’emergenza sanitaria, in contesti dove il sovraffollamento è ormai un dato cronico. Alla fine di febbraio 2020 le carceri ospitavano 61.230 detenuti a fronte di 50.931 posti disponibili. Un tasso di affollamento del circa 120%, reso ancora più insostenibile dalla pandemia.
Mentre il governo stabiliva come far fronte all’emergenza sanitaria vietando gli assembramenti e imponendo la distanza minima di un metro tra le persone, i/le detenut* erano costrett* a stare ammassat* e ad essere espost* al continuo rischio di contagio per la presenza del personale penitenziario che entrava ed usciva dalle prigioni. 
Il bilancio di quei giorni è un bollettino di guerra: 13 morti, fatti passare dalle istituzioni pubbliche e dai mass media come “overdosi da metadone”, a seguito di frettolose autopsie e sbrigative cremazioni. Insomma se i detenuti muoiono durante le   rivolte   sono   dei   tossici   senza   speranza, talmente  poco  esperti  e  avvertiti  da  morire  di  overdose  da  metadone. Se invece sono  ammessi  alle misure  alternative  in  epoca  di  pandemia,  sono per forza esponenti  di  associazioni  criminali  di  stampo  mafioso  che  usano  le  rivolte  come  ricatto  allo stato.  Risulta incomprensibile come questo sia potuto accadere quando tutt* sanno che l’overdose da metadone è facilmente curabile: in dotazione da vent’anni in tutte le ambulanze, e ovviamente in tutte le carceri, c’è la fiala (miracolosa) chiamata Narcan, che riporta in vita i morituri. Ma, evidentemente, non venne usata; né a Modena, né durante i trasferimenti. 
Nei giorni successivi alla rivolta, una quarantina di detenuti verranno trasferiti dal carcere di Modena a quello di Ascoli. Tra loro Sasà (Salvatore Piscitelli) che morirà di lì a poco, nella più totale indifferenza delle guardie. Per rompere il silenzio cinque detenuti, tra cui il compagno di cella di Sasà, decideranno di presentare un esposto per portare a galla  una verità fatta di corpi offesi, uccisi e umiliati. Per strappare il bavaglio di silenzio legato attorno a quest’ennesima mattanza di stato.  
Ad un anno da questi episodi vogliamo dare nuovamente voce alle situazioni disumane che si vivono nelle carceri. Perchè il silenzio su quelle morti è assordante. Perchè ad un anno dalle rivolte nulla è cambiato e mentre noi cerchiamo di mantenerci al sicuro da questa pandemia le situazioni di rischio e sovraffollamento per chi sta in carcere non si sono modificate nella sostanza. Ad agosto 2021 i/le detenut* eccedent* la  capienza regolamentare dichiarata dal Ministero risultavano essere 3.347, con un tasso  di  sovraffollamento  del 105,93%. Le condizioni generali risultano poi significativamente peggiorate e non a caso quest’anno si è riscontrato il più alto tasso di suicidi dell’ultimo ventennio: 61 persone. 
Anche nel carcere di Asti ci sono state due proteste negli ultimi mesi a causa del dilagare del covid all’interno delle sezioni. Dopo il primo focolaio l’amministrazione ha pensato bastasse vaccinare alcuni detenuti ma dopo poche settimane la situazione è peggiorata nuovamente.
Perchè anche qui la pandemia non ha fatto altro che peggiorare situazioni già da tempo insostenibili. Perchè la crisi pandemica non ha fatto altro che svelare in tutta la sua evidenza una crisi che è dell’istituzione stessa carceraria. Di un carcere che ci dicono serva per riabilitare ma che produce nel 68.45% dei casi recidive. Un carcere che ci dicono che ospiti pericolosi mostri ma che è pieno per il 93 % di reati per droga e reati contro il patrimonio (furti o truffe). Reati dovuti nella stragrande maggioranza dei casi all’emarginazione e all’impossibilità di vivere diversamente in una società fondata sulla diseguaglianza economica più feroce.
La crisi di un carcere che a ben vedere non rappresenta altro che lo strumento di una guerra al crimine che nasce come discorso sicuritario contro gli abitanti dei cosiddetti quartieri “indecorosi”: i tossicodipendenti, le prostitute, gli homeless, gli immigrati e tutti coloro che vengono identificati come portatori di una pandemia di delitti minori. Queste persone diventano il capro espiatorio di quel senso di insicurezza e precarietà che invade la nostra società e che affonda le proprie radici ben altrove. In una vita resa sempre più precaria e sfruttata da governi e padroni, da politicanti e sfruttatori che ci fanno versare lacrime e sangue, alimentando la guerra fra poveri.
Il carcere, in tutto questo, non diventa altro che una discarica sociale, un grande contenitore in cui raccogliere e rimuovere problematiche che non trovano risposte adeguate. Una macchina mostruosa di esclusione e di sofferenza che non è possibile in alcun modo riformare ma solo abbattere una volta per tutte. Come si abbatterono i manicomi: istituzioni totali altrettanto mostruose e degradanti, le cui mura caddero solo dopo lunghe lotte e nonostante il timore instillato da chi voleva la malattia mentale imprigionata, isolata e punita. I veri criminali siedono in parlamento e nei consigli di amministrazione. Sono loro a costringere migliaia di persone alla fame e alla cosiddetta “delinquenza”. Un’altra società, che sappia fare a meno di prigioni e galere, che si fondi sull’uguaglianza, la solidarietà e il mutuo appoggio è oggi più che mai possibile. Oggi più che mai necessaria.

Di patate, zucche e arresti. Ovvero: comprare la verdura in Val di Susa

Da circa cinque mesi il Laboratorio Autogestito la Miccia ospita al proprio interno un Gruppo di Acquisto Solidale (GAS). Pasta, farina, caffè, prodotti per la pulizia della casa, frutta e verdura acquistati e scambiati tra amici e altre realtà che portano avanti progetti di autogestione e di sostenibilità ambientale.
Una diversa modalità di vivere il consumo che, aggirando i canali della grande distribuzione capitalistica, cerca di innescare nuove forme di scambio basate sulla solidarietà.
Tra gli ordini da effettuare per l’autunno patate, castagne e zucche. Il gancio: Luca dell’azienda agricola Orto del Sole della Val di Susa. La scorsa settimana mandiamo una prima mail per chiedere informazioni sull’elenco dei prodotti e i relativi prezzi. Otteniamo prontamente risposta: i primi lavori di raccolta sono iniziati, riceveremo informazioni sulle disponibilità a breve. Passa una settimana, controlliamo la casella di posta: nessuna mail.
Il perché della mancata risposta lo apprendiamo dai giornali: il nostro rifornitore è stato arrestato. Ma chi è questo famigerato delinquente dedito all’agricoltura?
Luca Abbà è uno di noi. Luca Abbà si è speso generosamente in tutte le battaglie che riguardano tutti noi. Alle cronache perchè salì su quel traliccio dell’alta tensione, rischiando la vita per difendere la Val di Susa dal cantiere e dall’esercito di polizia che lo circonda, con lo stesso spirito, qualche anno prima si trovava a difendere una occupazione dallo sgombero imminente. Una persona umile e determinata, che vive della coltivazione della terra (ad Asti lo possiamo incontrare al mercato del Sabato mattina a vendere patate, fagioli, castagne), ma che non pensa solamente al proprio orticello.
Il tribunale del riesame non ha voluto nemmeno prendere in considerazione pene alternative al carcere, in quanto il luogo in cui vive (cels, val susa) è ritenuto “al concreto rischio di frequentazione di soggetti coinvolti in tale ideología e di partecipazione alle conseguenti iniziative di protesta e dimostrazione […]” Questa idiozia determinerebbe, per il tribunale, la scelta del carcere per un compagno, padre di famiglia, per un fatto di solidarietà attiva ad uno sgombero avvenuto 10 anni fa, in totale contrasto, per altro, con la legge svuotacarceri che prevede pene alternative per condanne al di sotto dei 4 anni. Luca è stato condannato ad 1 anno.
Ma ancora una volta la questione giuridica è il paravento della situazione politica. La procura di Torino è ormai stranota da anni per l’accanimento e la fantasia giudiziaria operate nei confronti del movimento No tav. Difficile portare in carcere Luca per la lotta No tav per la quale ha letteralmente messa a repentaglio la propria vita? Nessun problema: la fantasia del tribunale di torino riesce a tirare fuori dal cappello una carcerazione per una bazzecola avvenuta a Torino 10 anni fa. Ed ecco la fantasia giudiziaria tutta torinese.
Questo problema non è solo di Luca o del movimento No Tav o della Val Susa o di Torino, è un problema nostro, di tutti e tutte. E non è solo un problema giuridico, ma un problema ideologico. Perchè in questo sistema che si dice democratico è reato avere un’idea differente.
Per questo siamo tutt* colpevoli, siamo tutt* Luca Abbà.
Luca Libero. Tutte Libere. Tutti Liberi.