LETTURE #2 – ALICE DIACONO – IL PAKISTANO

Meditazione quasi zen per momenti hardcore: “Il pakistano”, poesia letta dall’autrice Alice Diacono. Dal volume “Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento”, Battaglia Edizioni, Imola 2019.

 

Qui il testo dal blog dell’autrice, blog che consigliamo vivamente di seguire! IL PAKISTANO

 

NON FARE IL POLIZIOTTO!

Appello ai cittadini per evitare il CONTAGIO

Se vedete un venditore ambulante per strada, non chiamate il numero indicato dal governo per segnalarlo. Andate a comprargli qualcosa. Se notate che gli manca una maschera, non rimproveratelo, vedete se potete procurargliene una.

Non fare il poliziotto.

Se sentite che il vostro vicino ha dei sintomi, non guardate fuori dalla finestra per vedere se lo beccate che esce a fare la spesa. Chiedetegli se ha bisogno di qualcosa.

Non fare il poliziotto.

Se vedete gente per strada che cammina nel vostro quartiere, cercate di non sospettare il peggio, non chiamate il 112. Forse dovevano andare a lavorare. Non tutti hanno il privilegio di chiudersi in casa con il frigorifero pieno.

Non fare il poliziotto.

Se dovete uscire a fare la spesa, non guardate male chi avete intorno per paura di infettarvi. Salutate. Fate conversazione. Non è il vostro nemico.

Non fare il poliziotto.

Se incontri qualcuno che vive per strada, non attraversare l’altro lato della strada per paura. Se potete, uscite di casa con del cibo, una maschera in più, un po’ d’acqua in una tanica.

Non fare il poliziotto.

EVITIAMO LA DIFFUSIONE DEL POLIZIAVIRUS. È un virus che non andrà più via.

(Volantino ricevuto da compas spagnole e tradotto)

LETTURE #1 – GIANNI MILANO – LA MICCIA

Come prima lettura proponiamo una poesia di Gianni Milano, in attesa che riesca finalmente a raggiungerci per presentare il suo libro! Potete immaginare la nostra sorpresa e delizia nello scorrere questi versi.

La Miccia – Gianni Milano

La miccia
prende fuoco
dalla muffa d’una cantina
dall’umido
dal buio
dal topo disturbato
dall’emarginazione
prende fuoco
nella mega-cantina
madre di tutti i ricettacoli
nascosti
madre delle grandi attese
abortite
madre degli sguardi
che non guardano più
prende fuoco
senza rumore
ma divora tempo
e determinata la miccia arriverà
a deflagrare
farà piovere sulla gente attonita
sorda ed automatica
carte e carte e carte
e bolli e bolli e bolli
sul nulla
della piccola vita
sulla polvere che l’oblio accumula
e l’esplosione smantella.

Un verso, a volte, è definitivo.

2016

da “non costerò un centesimo”, autoproduzioni fenix, 2019

I SINDACATI CONFEDERATI CI VOGLIONO AL LAVORO

I sindacati confederati hanno trovato un’altra occasione per dimostrare a tutti i lavoratori da che parte stanno e indovinate un pò.. stanno dalla parte dei padroni. Ma partiamo dall’inizio..
Quando l’emergenza coronavirus è esplosa in Italia e il governo ha varato le prime misure restrittive chiudendo le scuole e limitando la libertà di movimento delle persone, un ondata di proteste spontanee erano esplose nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in generale, il motivo era semplice, molti lavoratori non erano disposti a mettere a rischio la propria salute sui posti di lavoro, a maggior ragione se quello che si produceva non era materiale di prima necessità, non erano disposti a far continuare le produzioni di padroni che bellamente spartivano ordini, magari in teleconferenza da chissà dove. Perché mettere a rischio la propria salute e quella dei propri famigliari per i profitti di pochi?. La lotta spontanea dei lavoratori viene appoggiata in seguito solo dai sindacati di base. Cglcisluil governo e confindustria si incontrano per ragionare su una situazione che sarebbe potuta scappare di mano con proteste più ampie nel paese, così dal giorno alla notte sfornano un bel decreto dove rassicurano i padroni e legalizzano di fatto l”assembramento” di lavoratori sui posti di lavoro. Le regole da rispettare sono semplici: I datori di lavoro devono fornire tutti i dpi ai propri dipendenti, quindi mascherine (che non si trovano manco per gli ospedali), visiere, guanti, incentivare ore di ferie, igienizzare in modo frequente i luoghi di lavoro ecc..
Facendo tutto questo la produzione può andare avanti, i sindacati confederati accettano l’accordo senza far troppo rumore, girando letteralmente le spalle a tutti i lavorator* in lotta.
Chi controlla che i datori di lavoro rispettino tutto questo nessuno lo sa.. Sempre se tutte queste “precauzioni” servano a qualcosa in posti di lavoro di 50, 60, 100 dipendenti.In più come se già tutto questo non bastasse un altro punto interessante concordato tra aziende e sindacati e il cosiddetto “Bonus” di 100/150€ a tutti i lavoratori che continuano a lavorare o che vanno incontro all’azienda in caso di esigenze del personale.
Hanno deciso loro sulle nostre vite, e gli hanno dato pure un prezzo!, hanno deciso che possiamo correre il rischio di ammalarci, perché si deve continuare a produrre fino a quando ce n’è..Ora si può dire che “lo dice la legge”. In un momento come questo è più che evidente chi mette davvero in pericolo le nostre vite. Rifiutiamo la delega, mettiamo all’angolo i padroni e gli amici dei padroni, lottiamo per una vita diversa, fatta di mutuo appoggio, autogestione, lottiamo per una società di liberi individui, senza comandare e senza essere comandati.

Ultime news: il governo decide di sguinzagliare i militari per le strade per contrastare i pericolosissimi runner untori per eccellenza, nemici della società!.
Nelle fabbriche tutto scorre regolare come se nulla fosse.

RIFLETTERE SULLA POSSIBILITA’ DI CAMBIARE

Siamo tutti chiusi in casa. Tutti fermi, tutti o quasi. Chi può, chi non deve muoversi per necessità, ma la maggior parte di noi è a casa. Automobili ferme, alcune aziende ferme, negozi chiusi.

Ci siamo fermati noi e ha potuto mettere il naso fuori la natura. Il cielo è azzurro, i delfini nuotano vicino alle coste e alle città si avvicinano caprioli e volpi. L’uomo non si è estinto e non sono passati 10 anni da quando abbiamo iniziato questa reclusione. 10 giorni a stento e la natura si è ripresa qualche spazio.

Come riporta L’Unione Sarda, diversi cinghiali sono stati visti per le strade di Sassari, probabilmente per via dello strano silenzio di questi giorni e dell’assenza di persone. In cerca di cibo, gli animali sono stati immortalati in diverse zone deserte della città. Mentre nelle acque più pulite di Cagliari e l’assenza di traghetti e navi hanno portato diversi delfini ad avvicinarsi alla costa. A Venezia, l’acqua dei canali è tornata trasparente e limpida, così tanto da far intravedere pesci e fondali.[1] Tre fenicotteri sono stati avvistati ieri al tramonto, planare nei cieli di Milano. Un cigno, in serata si è accostato alle paratie del Naviglio Grande. Vicino a San Donato Milanese, zona fortemente industrializzata, sono tornate le cicogne. Una famigliola di volpi è stata vista gironzolare per strada nella periferia sud di Milano.[2]

Ma c’è un’altra conseguenza di questo arresto generale: nel Nord Italia, una delle aree più inquinate del continente, da metà febbraio la concentrazione di NO2 (diossido di azoto), è diminuita del 10 per cento. Infatti il rallentamento delle attività produttive in Italia come in Cina, e soprattutto degli spostamenti ha ridotto i livelli di inquinamento dell’aria.

Come è noto, le emissioni di anidride carbonica legate alle attività umane sono in aumento fin dall’inizio della Rivoluzione industriale in Inghilterra nel Settecento, e sono aumentate in particolare nel corso del Novecento, con la progressiva industrializzazione di tutti i paesi del mondo, ma nell’ultimo secolo è capitato varie volte che importanti eventi storici abbiano avuto un impatto sull’inquinamento atmosferico. Secondo i dati messi insieme dal Global Carbon Project è successo in occasioni di gravi crisi che hanno coinvolto gran parte del mondo: le guerre mondiali, le crisi economiche mondiali e avvenimenti con grandi conseguenze geopolitiche, come il crollo dell’Unione Sovietica.[3] Ad una crisi del sistema corrisponde una diminuzione dell’inquinamento, ovviamente circoscritto a quel limitato periodo. Infatti anche ora ci si aspetta che questa improvvisa boccata d’aria per la Terra, non sia altro che temporanea, legata quindi all’inattività di questo periodo di blocco generale. Una volta finita a quarantena è scontato che si innalzeranno nuovamente i livelli di inquinamento.

Oppure, si potrebbe provare ad utilizzare questo periodo come ad una prova. Se lo possiamo fare per 20 giorni, perché non lo possiamo fare sempre? Perché non ripensare ad una società, ad un sistema che vada oltre al surplus di produzione di prodotti inutili. Perchè non vivere di essenziale? Intimissimi ha chiuso temporaneamente dicendo “i nostri prodotti non sono necessari”. Esatto, non lo sono. Se iniziassimo a ripensare ad un sistema che produce meno e ciò che serve? Se limitassimo gli spostamenti auto, navali e aerei all’essenziale, cosa accadrebbe? Come sarebbero i mari e i cieli? Gli studi stanno mettendo in luce che ci sono delle correlazioni tra la diffusione del virus e i tassi di inquinamento. Ma questo vale non solo per il Covid-19, ma anche per un più conosciuto morbillo. L’aria, la terra, l’acqua sono in stato di collasso, questo perchè noi come esseri animali-umani ne stiamo facendo un uso sconsiderato e spropositato. Stiamo però provando sulla nostra pelle che non è impossibile cambiare, sicuramente difficile, ma non impossibile. Potrebbe essere la nostra occasione per imparare da questa pandemia una lezione che potrebbe trasformarsi in una rivoluzione. Non aspettiamo la fine per tornare a rimpolpare le fila dello sfrenato consumismo, fermiamoci e ascoltiamo la nostra Terra.

RIFLESSIONI SUL CARCERE

Dopo un lungo periodo di silenzio si torna a parlare di carcere. Dall’emanazione del decreto per l’emergenza del corona virus di lunedì 9 marzo che, oltre alle innumerevoli disposizioni per i cittadini, vieta i colloqui all’interno delle case circondariali, scoppiano rivolte da parte dei detenuti in 27 istituti penitenziari. Per ora si contano 12 morti, etichettati dai giornali come “tossici” morti per overdose, e 19 evasi. Senza entrare nel dibattito che propone un complotto da parte della criminalità organizzata o dell’amministrazione pubblica della giustizia, gli ultimi eventi hanno comunque riportato alla luce l’emergenza ormai incancrenita del sovraffollamento delle carceri italiane. Dai dati del ministero della giustizia risultano infatti presenti, fino al 29 febbraio, 61.230 detenuti contro i 50.931 posti dichiarati dagli istituti penitenziari. In media quindi dove ci starebbero 100 persone, lo Stato ne inserisce 120. Scoppiano quindi le critiche al ministro della giustizia di turno e si accende nuovamente la lotta per i diritti dei detenuti. Purtroppo nemmeno in questa occasione viene messo in discussione il nostro sistema penitenziario. Esso infatti si basa sulla radicalizzazione dell’ossessione securitaria che porta a stigmatizzare e reprimere tutte le fasce della società che disturbano il cittadino modello. Poveri, tossicodipendenti, immigrati ecc. diventano portatori di una pandemia di delitti minori che appestano la vita quotidiana del cittadino rispettabile. Nel nostro contesto storico e culturale quindi il sistema penitenziario adotta un modello manageriale e si occupa di gestire e controllare il flusso di queste categorie di persone, trasformando le carceri in vere e proprie discariche sociali dove espellere le presunte problematiche della comunità.
Non ci stupiscono quindi queste rivolte poiché in queste istituzioni totalitarie basate sul potere, sull’ isolamento e sulla perdita della propria identità e dignità, l’unico diritto che i detenuti pretendono e difendono sono i colloqui con i familiari. Tutti aspettano con ansia la visita dei propri cari, per vedere il figlio che cresce senza di te, per parlare con la persona che ami, per dire a tua madre in lacrime che non succederà più e per poter ricevere quel pacco con il cibo che ti ricorda un po’ casa. Il decreto ha privato le persone del loro unico diritto ed è ingenuo pensare che la paura per il contagio bastasse ad evitare tensioni e momenti di rivolta.

La risposta all’emergenza del sistema penitenziario però anche in questo caso non è la ricerca di alternative ma l’aumento del controllo. La senatrice Piarulli, in accordo con Bonafede, infatti ha annunciato l’aumento del numero di agenti di polizia penitenziaria per poter sedare le rivolte e garantire i diritti di tutti.

Ancora una volta la risposta è l’aumento del controllo e la riduzione sempre maggiore di quei pochi centimetri di aria che permettono a chi ha perso la propria libertà di non soffocare.

“Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale” (Manconi l., abolire il carcere).

Ora più che mai fuoco alle galere.

DI COSA ABBIAMO DAVVERO BISOGNO

La sanità italiana sembra prossima al collasso. I pazienti vengono ormai stipati in ogni dove, di fronte alla penuria di posti letto. I medici, costretti a turni interminabili, sono catapultati dentro a uno scenario degno di una zona di guerra o di una qualche calamità naturale. Non solo: per far fronte all’emergenza, saranno richiamati in servizio anche medici e infermieri già in pensione.
Da qualche giorno poi si va ventilando l’ipotesi di privilegiare i pazienti con maggiore aspettativa di vita. Non ci sono abbastanza respiratori, quindi si deve fare una scelta tra chi ha il privilegio di guarire e chi è destinato a soccombere (https://www.repubblica.it/…/petrini_oggi_la_scelta_di_chi_…/)
In questo momento di grande caos vale la pena ricordare come si è arrivati a questo punto e quali sono state le priorità degli ultimi governi, in materia di una spesa pubblica che potrebbe incidere diversamente su questa emergenza.
Come sappiamo, il coronavirus ha un’alta mortalità per alcune categorie. Tuttavia, se i contagi non diminuiranno, ad uccidere non sarà il virus, ma l’incapacità del sistema sanitario di affrontare la crisi.
A fine novembre il ministro della difesa Guerini annunciava l’acquisto di 27 cacciabombardieri f-35, per un costo di oltre 3,5 miliardi di euro (https://www.disarmo.org/nof35/). Una cifra che si andava ad aggiungere ai circa 80 milioni di euro che spendiamo ogni giorno per mantenere in piedi la struttura militare(i dati si riferiscono allo studio del libro bianco della difesa e del documento programmatico pluriennale 2017-2019, per approfondimenti si veda: AA.VV., Per un futuro senza eserciti. Contro la guerra infinita e la militarizzazione sociale. Atti del Convegno antimilitarista, Milano 16 giugno 2018, Zero in Condotta, Milano).
Parallelamente, mentre le spese per le armi e le guerre aumentavano in modo costante, negli ultimi 10 anni veniva ridotta di 37 miliradi la spesa per la sanità: con una perdita di oltre 70.000 posti letto e 359 reparti (https://www.repubblica.it/…/coronavirus_lo_studio_in_10_an…/).
In dieci anni sono cambiati molti governi, ma la storia è sempre rimasta la stessa. Le priorità dei governanti sono sempre state altre: comprare strumenti di morte e riempire le strade di polizia. E anche adesso la soluzione che sembrerebbe prospettarsi non è certo quella di dirottare fondi dalla difesa alla sanità, ma quella di militarizzare le strade e sospendere a tempo indeterminato i diritti civili. A giustificazione di tali misure, lo spauracchio delle proteste avvenute in carcere, frutto di una situazione invivibile di sovraffollamento (resa ancora più tragica dalla chiusura delle visite), e non certo di un panico diffuso che potrebbe causare disordini non meglio identificati.( https://m.espresso.repubblica.it/…/coronavirus-esercito-pol….
La risposta militarista all’emergenza coronavirus sarebbe solo l’ultimo capitolo di una lunga storia. Nessun partito al potere ha infatti mai messo seriamente in discussione i soldi spesi per la difesa. Nessuno di loro ha neanche lontanamente ipotizzato che si potesse fare a meno di eserciti e di militari. Quanti lo gridavano nelle piazze, venivano additati come pazzi scriteriati. E a tutti è sembrato molto più sensato fare a meno dei posti letto in ospedale, dei macchinari e dei reparti. Con un solo giorni di spese militari si potrebbero coprire i costi annui di circa 90.000 posti letto, ma si continua a parlare di riempire le strade di militari.
Oggi questa crisi legata al coronavirus ci restituisce tutta l’urgenza della lotta antimilitarista, sbattendoci in faccia quali siano i veri bisogni di una società.
Oggi come allora non ci servono persone in divisa ma uomini in camice. Le risorse ci sono. A mancare è solo la volontà di cambiare rotta. E tale cambio non potrà arrivare da una petizione fatta allo stato. Nessun governo rinuncerà mai alle spese militari. Di fronte a quelli che dovrebbero essere bisogni primari (salute, istruzione, mezzi di sussistenza dignitosi…), ogni stato anteporrà sempre qualcos’altro (la difesa dei confini, delle banche, dell’economia…). Spetta a noi cambiare le cose, con l’azione diretta e non con inutili deleghe date a partiti e partitucoli.
Da sempre i governi fabbricano bisogni fittizi di sicurezza, a scapito delle cose che davvero ci servono. Se vogliamo uscire da questo circolo vizioso, dobbiamo imparare a immaginare una società radicalemente diversa, che ponga al centro le esigenze reali delle persone e non solo gli interessi di qualcuno. Che impari che si può vivere senza polizia e caserme, ma non senza dottori e ospedali.
Per fare questo dobbiamo lottare contro la macchina militare, che semina morte e prosciuga risorse, e insieme mettere in pratica fin da subito forme di mutuo appoggio, di solidarietà, di organizzaione dal basso. Pratiche che sappiano esautorare uno stato a cui non frega nulla della tutela della salute delle persone e che, solo quando le cose sono già alla deriva, interviene goffamente. E’ una sfida ambiziosa, ma è anche l’unica che ci permetterà di provare a costruire una società senza uomini armati per le strade, e dove non si debba più scegliere tra chi ha il diritto di vivere e chi deve essere lasciato morire.

CONSIDERAZIONE SUL LAVORO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Eh si sembra proprio che gli operai siano immuni al Coronavirus, sono immuni proprio durante le 8 ore di lavoro. Finito il turno, devono ASSOLUTAMENTE fare rientro nelle proprie abitazioni e assicurarsi di uscire solo per la spesa. Non importa se la tua fabbrica non produce beni di prima necessità, non importa se si è in 50, 100, 200 sotto lo stesso capannone, non importa se non ci sono mascherine per tutti: quello che importa è produrre. Negli anni si è parlato spesso di sicurezza sul lavoro, della tutela dei lavoratori, bene oggi davanti a questa enorme sfida, gli ultimi ad essere tutelati sono proprio i lavoratori che pagano il prezzo più alto rischiando la propria salute in nome del profitto di pochi.

Solidarietà con gli scioperi spontanei nelle fabbriche!

Saluto ad un ribelle senza congedo

Il 28 gennaio è morto Giovanni Gerbi, partigiano di Asti. Classe 1929, nome di battaglia “Reuccio”, Giovanni si unisce alla 79° brigata Garibaldi nel settembre del 1944. Lo fa di slancio, scappando dal collegio e come tanti senza un preciso orientamento politico. Nel dicembre dello stesso anno è coinvolto in alcuni combattimenti nel canellese e viene catturato. Tradotto alle Nuove di Torino è liberato dopo qualche mese. Uscito dal carcere si unisce di nuovo ai partigiani ed entra nel marzo del 1945 nella 99° brigata Garibaldi, con la quale parteciperà alla liberazione di Asti e di Torino.

Nell’estate del 1946, a 17 anni, prende parte all’insurrezione di Santa Libera. Tra il 20 e il 27 agosto un gruppo di partigiani di Asti, amareggiati per l’amnistia Togliatti e per le condizioni di miseria e di povertà che affliggevano l’Italia alla caduta del regime, riprende in mano le armi e si ritira sulle colline, in una frazione di Santo Stefano Belbo (CN). Gli insorti chiedono: la liberazione di tutti i partigiani rinchiusi in carcere; il pagamento immediato dei debiti contratti dalle formazioni partigiane durante la guerra e tutta una serie di misure volte a contrastare le condizioni di estrema povertà in cui versavano numerosi combattenti che, alla fine del conflitto, si erano ritrovati disoccupati e con poco o nulla in mano.

Questa ribellione è la scintilla che fa esplodere il malcontento partigiano e in buona parte dell’Italia settentrionale si hanno agitazioni e proteste simili.

A seguito di una settimana di trattative con il governo alcune delle richieste vengono accolte: impunità, estensione delle pensioni di guerra ai partigiani e riconoscimento dei gradi militari per i combattenti ai fini amministrativi. Gli insorti rientrano ad Asti accolti da una folla festante.

Subito dopo la smobilitazione il gruppo promotore della ribellione costituisce un gruppo clandestino: la volante “808”, dal nome di un potente esplosivo, la quale raccoglie armi e dà la caccia ai fascisti ancora a piede libero. Giovanni ne fa parte.

Nel luglio del 1948 Palmiro Togliatti è vittima di un attentato. Il gruppo degli insorti di due anni prima è intenzionato a riprendere le armi e a tornare a Santa Libera. La polizia interviene e Giovanni, insieme agli altri partigiani, è costretto a darsi alla macchia. Dopo un periodo di latitanza e insieme ad altre 5 persone è condannato a 8 mesi di reclusione.

Il 18 aprile del 1950 viene ancora una volta fermato e denunciato per alcune scritte fatte sotto i portici di Piazza San Secondo: “Celere = brigate nere”, DC = fascismo”, “I giovani non faranno mai la guerra”. Pochi giorni dopo è coinvolto in alcuni tafferugli scoppiati durante una manifestazione contro il divieto delle celebrazioni per il 25 aprile imposto dell’allora ministro degli interni Scelba. Il processo per questi fatti si conclude nel 1952 e Giovanni viene condannato a 1 anno di reclusione.

Operaio della Waya-Assauto, Reuccio negli anni occuperà posti di rilievo all’interno del PCI e della FIOM, fino al 1984 anno in cui viene espulso dal partito. Vicepresidente dell’ANPI dal 2001, sarà esautorato anche da questo nel 2005. In questo periodo, che si dipana dalla fine degli anni ’80 fino ai primi anni 2000, Giovanni matura un tardivo ma radicale ripensamento della propria esperienza politica, portandosi su posizioni apertamente ostili alla politica del PCI e dello stalinismo. Reuccio continua la sua militanza frequentando attivamente occupazioni, centri sociali e gruppi anarchici. In questo periodo si farà portavoce di un antifascismo che non si sente esaurito negli esiti della Costituzione. Un antifascismo rivoluzionario che “oltre a lottare contro i fascisti [voleva] costruire una NUOVA SOCIETA’ di uomini liberi, senza padroni” (G. Gerbi, 2014).

Nel dare l’ultimo saluto a Giovanni, vogliamo ricordare tutti i ribelli senza congedo che combatterono per un cambio di rotta radicale della società.

Di patate, zucche e arresti. Ovvero: comprare la verdura in Val di Susa

Da circa cinque mesi il Laboratorio Autogestito la Miccia ospita al proprio interno un Gruppo di Acquisto Solidale (GAS). Pasta, farina, caffè, prodotti per la pulizia della casa, frutta e verdura acquistati e scambiati tra amici e altre realtà che portano avanti progetti di autogestione e di sostenibilità ambientale.
Una diversa modalità di vivere il consumo che, aggirando i canali della grande distribuzione capitalistica, cerca di innescare nuove forme di scambio basate sulla solidarietà.
Tra gli ordini da effettuare per l’autunno patate, castagne e zucche. Il gancio: Luca dell’azienda agricola Orto del Sole della Val di Susa. La scorsa settimana mandiamo una prima mail per chiedere informazioni sull’elenco dei prodotti e i relativi prezzi. Otteniamo prontamente risposta: i primi lavori di raccolta sono iniziati, riceveremo informazioni sulle disponibilità a breve. Passa una settimana, controlliamo la casella di posta: nessuna mail.
Il perché della mancata risposta lo apprendiamo dai giornali: il nostro rifornitore è stato arrestato. Ma chi è questo famigerato delinquente dedito all’agricoltura?
Luca Abbà è uno di noi. Luca Abbà si è speso generosamente in tutte le battaglie che riguardano tutti noi. Alle cronache perchè salì su quel traliccio dell’alta tensione, rischiando la vita per difendere la Val di Susa dal cantiere e dall’esercito di polizia che lo circonda, con lo stesso spirito, qualche anno prima si trovava a difendere una occupazione dallo sgombero imminente. Una persona umile e determinata, che vive della coltivazione della terra (ad Asti lo possiamo incontrare al mercato del Sabato mattina a vendere patate, fagioli, castagne), ma che non pensa solamente al proprio orticello.
Il tribunale del riesame non ha voluto nemmeno prendere in considerazione pene alternative al carcere, in quanto il luogo in cui vive (cels, val susa) è ritenuto “al concreto rischio di frequentazione di soggetti coinvolti in tale ideología e di partecipazione alle conseguenti iniziative di protesta e dimostrazione […]” Questa idiozia determinerebbe, per il tribunale, la scelta del carcere per un compagno, padre di famiglia, per un fatto di solidarietà attiva ad uno sgombero avvenuto 10 anni fa, in totale contrasto, per altro, con la legge svuotacarceri che prevede pene alternative per condanne al di sotto dei 4 anni. Luca è stato condannato ad 1 anno.
Ma ancora una volta la questione giuridica è il paravento della situazione politica. La procura di Torino è ormai stranota da anni per l’accanimento e la fantasia giudiziaria operate nei confronti del movimento No tav. Difficile portare in carcere Luca per la lotta No tav per la quale ha letteralmente messa a repentaglio la propria vita? Nessun problema: la fantasia del tribunale di torino riesce a tirare fuori dal cappello una carcerazione per una bazzecola avvenuta a Torino 10 anni fa. Ed ecco la fantasia giudiziaria tutta torinese.
Questo problema non è solo di Luca o del movimento No Tav o della Val Susa o di Torino, è un problema nostro, di tutti e tutte. E non è solo un problema giuridico, ma un problema ideologico. Perchè in questo sistema che si dice democratico è reato avere un’idea differente.
Per questo siamo tutt* colpevoli, siamo tutt* Luca Abbà.
Luca Libero. Tutte Libere. Tutti Liberi.